Non è consapevole della storia degli stessi, dell’impegno, né, tanto meno, della qualità dei prodotti che consuma.
Non sembrano sufficienti i nuovi obblighi per l’indicazione dell’origine sull’etichetta del latte; il caseificio o il supermercato appongono poi un’ulteriore etichetta e via così, di questo passo molto del valore informativo del singolo allevamento sembra diluirsi nelle etichette altrui.
È uno dei problemi principali della filiera del latte, come, in generale, delle filiere agroalimentari.
È per questo motivo che negli ultimi tempi stanno proliferando soluzioni alternative, in grado di valorizzare il lavoro di ogni anello della catena, in modo da non disperdere informazioni preziose lungo il percorso verso il consumatore finale. Le informazioni non faranno più a botte con lo spazio fisico ristretto del cartellino, perché ci sarà un QR code immediatamente leggibile da smartphone, che riporterà tutte le certificazioni del prodotto, oltre a percentuali e contenuti nutrizionali, nonché tutti i suoi passaggi di mano: la tecnologia ne traccerà il percorso al 100%, consentendo persino di memorizzare e rendere accessibile a chiunque l’intera vita di un cartone di latte, di un vasetto di yogurt o di una forma di formaggio.

Fantascienza? No, blockchain
Grazie a questa nuova tecnologia, il consumatore potrà avere accesso in qualsiasi momento a tutte le notizie riguardanti il singolo prodotto: dal luogo in cui nasce la materia prima utilizzata per produrlo, a quello in cui viene confezionato, a quello ancora in cui viene commercializzato.
Il QR code non è, infatti, la novità: la vera novità è la blockchain (letteralmente "catena dei blocchi"), ovvero quel meccanismo che consente la memorizzazione delle informazioni in un grande registro pubblico digitale – accessibile a tutti grazie a Internet – in grado di armonizzare le esigenze di visibilità di tutta la filiera, garantendo trasparenza e generando, di riflesso, fiducia nei clienti che potranno apprezzare pienamente l’operato dei singoli produttori e commercianti.

Tracciabilità fa rima con visibilità
Il tema della tracciabilità si fonde, quindi, a quello della produzione di valore per l’allevatore, che può beneficiare di una visibilità più ampia e di un impreziosimento del suo operato: può mostrare che il suo prodotto è sano e che rispetta i parametri (gli standard) richiesti dal mercato e garantire che le modalità di produzione da lui adottate sono in linea con le aspettative di un consumatore finale sempre più attento ed esigente.
Se un prodotto risulta contaminato o avariato, vi è la possibilità di rintracciarlo tempestivamente e ricostruirne tutti i movimenti, risalendo il percorso a ritroso. Infatti, la blockchain non consente unicamente di “tracciare” ma anche di “rintracciare”, aumentando precisione e veridicità delle informazioni, cosa che aiuta anche a giustificare eventuali prezzi elevati dei prodotti.

Niente più frodi alimentari con la blockchain
Niente più rischi di frode alimentare per chi utilizza questo meccanismo di tracciabilità: le false etichette che riporteranno sigle come IGP, DOP e STG non potranno più godere di credibilità qualora non registrate sulla blockchain.
All’interno del settore lattiero, tali frodi spaziano dall’annacquamento, all’utilizzo di latte in polvere ricostituito, alla dichiarazione di una quantità di grasso in etichetta diversa da quella reale, alla commercializzazione del prodotto come “biologico” da parte di operatori che non si sono sottoposti al previsto regime di controllo.
Con la tecnologia blockchain la sicurezza è garantita dal fatto che quest’ultima funziona scambiandosi direttamente informazioni con i macchinari adottati all’interno di tutta la filiera che, dotati di sensori particolari, trasmettono segnali ad una serie di computer connessi tra di loro e in rete, che contribuiscono insieme al salvataggio delle informazioni corrette.
Tale tecnologia è utile non solo ai fini della trasparenza, ma anche perché genera una fiducia distribuita e diffusa lungo la filiera e al di fuori; inoltre consente di memorizzare in maniera permanente e immodificabile tutte le informazioni, andando a costituire una solida base per la verità storica, base su cui anche le future generazioni potranno effettivamente basarsi per effettuare analisi e migliorarsi.
La blockchain è quindi anche “sostenibile”, perché punta a migliorare l’impatto ambientale della filiera, l’efficienza nella circolazione delle informazioni – che si traduce in un uso più ragionato delle risorse e in uno spreco ridotto di tempo e di energie – e costituisce un valore aggiunto anche per i posteri.
Più sostenibilità e meno costi, anche nell’ambito sanitario, perché ad oggi il 10% della popolazione mondiale muore a causa di intossicazioni alimentari che, grazie alla catena dei blocchi possono invece essere evitate.

Ma come funziona?
Per funzionare, la blockchain si serve di Internet, luogo in cui vengono memorizzate tutte le informazioni, dapprima registrate tramite sensori installati sui macchinari, i quali inviano un segnale ad un elaboratore (un comune computer) che li passa in rassegna, li controlla e li memorizza e poi in maniera totalmente automatica, le salva in “blocchi virtuali” (ecco perché “catena dei blocchi”), ognuno contenente un certo numero di dati, utili a ricostruire la storia di uno specifico prodotto alimentare.
Tali blocchi sono collegati in modo sequenziale, ordinati quindi temporalmente (da qui è possibile verificare la “storia” di un prodotto) e contenenti dati provenienti anche da terze parti (altri aziende o enti certificatori) come in un enorme database, che però ha la peculiarità di aggiornarsi comodamente sul proprio computer di casa in ogni momento, grazie alla connessione alla rete.
Tale meccanismo ha la particolarità di non essere soggetto a manomissioni, poiché si fonda su una serie di incentivi forniti ai suoi utilizzatori, che vengono retribuiti (tramite moneta virtuale, o coin) ogni qualvolta che contribuiscono alla verifica e al salvataggio delle informazioni contenute nei blocchi.
La verifica è condivisa, poiché il database ha la caratteristica di essere “distribuito” e gestito contemporaneamente da più utenti connessi in rete, che collaborano al corretto funzionamento di tutta l’infrastruttura, minimizzando anche i costi, che vengono condivisi e quindi impattano minormente sull’attività.
Per garantire maggior sicurezza, il meccanismo di memorizzazione dei dati richiede una “prova di lavoro” da parte di chi è intenzionato a condividere le informazioni sulla blockchain, prova che può essere superata tramite la risoluzione di calcoli complessi da parte dell’elaboratore, che fa quindi la maggior parte del lavoro (se non tutto).
Non esiste un’autorità centrale, ma tutte le entità sono coinvolte a livello decisionale.
All’uomo è lasciata solamente la scelta di adottare – o meno – questa tecnologia dirompente e innovativa, che può aiutare a farsi conoscere e a promuovere i propri prodotti, con una risonanza amplificata da tutta la filiera: dalla nascita del proprio capo di bestiame, al trasporto dal veterinario con relativa registrazione del certificato, al monitoraggio del latte e dei suoi parametri, al retail e alla commercializzazione del prodotto.

I costi?
Ridotti alla spesa energetica del computer e dei macchinari, investimento che ritorna nel tempo grazie anche al sistema premiale della blockchain, che ricompensa in token food, ovvero monete virtuali, tutti coloro che lavorano al mantenimento dell’infrastruttura. Tali monete sono spendibili online (ma non solo, alcuni esercenti le accettano come metodi di pagamento alternativi al denaro contante).
Inoltre, l’immutabilità dei dati, unita alla decentralizzazione del database e al costante aggiornamento delle informazioni da parte dei vari utenti, fa sì che “se salta un bottone non si apra tutta la camicia”, rendendo la copertura completa e ottimale, agendo sulla sostituzione delle etichette fisiche e sulla possibilità di effettuare più efficacemente l’attività di tracking in tempo reale.
Sicura al 100% e trasparente, la blockchain può perciò armonizzare allevatori, logistica, distributori e consumatori.